top of page
  • Instagram
  • Black Facebook Icon

Rubrica TEATRAL-MENTE "Il malato immaginario"- A cura della dott.ssa Mariachiara Pagone

Aggiornamento: 19 dic 2022


paroleINfamiglia dall’estate 2022 ha iniziato una collaborazione con l’associazione META APS di Sulmona, associazione che gestisce anche la Stagione di Prosa del Teatro Maria Caniglia di Sulmona.

Abbiamo pensato di creare la rubrica “Teatral-mente” in modo da permettere agli spettatori di leggere riflessioni psicologiche a seguito della visione di uno spettacolo teatrale.

Gli aspetti terapeutici del teatro sono stati provati lungo la storia.

Il concetto di catarsi fu introdotto da Aristotele per esprimere il peculiare effetto che il dramma greco aveva sui suoi spettatori.

Il termine catarsi deriva dal greco kátharsis da katháirein ovvero "purificare" ecco che l’attore ma anche lo spettatore vive la liberazione da una contaminazione che danneggia o corrompe la natura dell'uomo.


Il teatro come forma espressiva, permette di fermarci a riflettere, a pensare tematiche sociali e psicologiche sempre attuali che nel tempo assumono colori nuovi in base al momento storico vissuto.


BUONA VISIONE E BUONA LETTURA



TEATRAL-MENTE

Il Malato Immaginario di Moliere


ANALISI PSICOLOGICA DEL MALATO IMMAGINARIO


Il 5 Novembre 2022 presso il Teatro Maria Caniglia di Sulmona è andato in scena lo spettacolo “IL MALATO IMMAGINARIO” di Moliere– regia Guglielmo Ferro con Emilio Solfrizzi.


Fa capolino nella scena una struttura lignea a più livelli, una “farmacia” piena di lozioni e “pozioni”. Interessantissima è questa scenografia che porta all’interno di un viaggio catartico.

Un salire e scendere, un passare tra il conscio e l’inconscio, attraverso questa scala a chiocciola.

La parte alta della scenografia è il luogo dell’allarme, dell’iper-vigilanza simbolo, infatti, è la campanella che il protagonista suona per chiedere all’altro di essere presente, vi è poi la parte bassa ovvero il luogo del vissuto più profondo e “nascosto”, è lì che scende spesso un telo che va a coprire l’evacuazione dei vissuti più drammatici.


Solfrizzi ha raccontato il vissuto del protagonista in modo magistrale.


Lo spettacolo ha messo in luce il disagio emotivo di un uomo angosciato dalla paura di “morire”.

Paura di morire avvolto dalla solitudine. Ecco la necessità di chiamare a sé chiunque potesse in qualsiasi forma prendersi “cura” di lui.


L’angoscia è talmente perturbante da coinvolgere tutti gli attori.


Vi sono i medici che curano attraverso l’invasività ed il “non ascolto”, vi è la “grandezza narcisistica” che annichilisce quelli che sono i bisogni primari di un uomo.


Interessante poi la presenza della domestica che va a rappresentare quasi la coscienza del protagonista, è lo spirito vitale che nel protagonista sembra vacillare.


Donna che lo orienta e gli mostra via via quelle che sono le mancanze che egli stesso vive. Colei che da il senso.


Il finale a dir poco sublime, in cui il rumore della solitudine è segnato da una campanella che non suona più ed è sospeso su parole intessute in un dialogo con dei burattini.


Questo spettacolo è un viaggio nelle mancanze, nelle menzogne, nell’arrivismo, nelle insoddisfazioni personali di un uomo ma approda anche negli affetti quelli autentici e sulle infinte possibilità dell’umano.


La comicità dello spettacolo ha cullato le menti, permettendo ad esse di sfiorare dolcemente tematiche così profonde.


L’amore vero è quello che cura, è quello che porta e genera la vita.


Ma cos’è questa strana malattia?


L’ipocondria abita nel paradosso, chi ha paura delle malattie amplifica ciò che vorrebbe eliminare.


Anticamente veniva interpretato come un malanno fisico, il termine deriva dal greco e letteralmente significa “male degli ipocondri”, l’area al di sotto della cartilagine del diaframma costale, esso era infatti ritenuto un malessere reale, localizzato nella fascia addominale.

Gli antichi greci ipotizzavano che questa area fosse la “culla delle emozioni”, in essa si localizzava la paura compresa.

Sarà necessario aspettare il 17° secolo per definire il disturbo, tale definizione sarà possibile proprio quando la figura dell’ipocondriaco diventò nota a livello popolare grazie all’opera teatrale di Moliére “Il malato immaginario”.


Ferenczi nel 1919 raccolse il discorso freudiano sull’ipocondria come nevrosi attuale ed andò oltre.

Egli propose un punto di vista diverso da cui osservare il problema.

L’ipocondria era il segno di un fallimento delle più precoci relazioni fra il bambino e il suo ambiente.


Ecco che spesso ci troviamo di fronte ai segnali precoci dei piccoli, i quali quando desiderano essere attenzionati dai loro genitori, li richiamano attraverso dei malanni fisici. Se il bambino troverà risposta solo nei suoi malesseri fisici e non nei suoi bisogni affettivi il vissuto somatico si rafforzerà.


Mamme e papà siate in ascolto, lì c’è una richiesta d’amore, lì c’è una richiesta di “cure”.

Commenti


bottom of page