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Rubrica: Le Parole servono "Consapevolezza"- a cura della dott.ssa Lucia Colalancia



“Wo Es war, soll Ich werden”[1]

Sigmund Freud

 

 

La possibilità di fare della crisi una grande opportunità di crescita, poiché da essa spesso si generano scelte di cambiamento e di rinascita, ci conduce, nel sentiero della pensabilità, verso una parola altrettanto straordinaria: consapevolezza.


Le parole che la precedono, scelta e crisi, ci hanno posto di fronte all’opportunità della crescita che deriva dalla necessità di un cambiamento che la nostra vita, affinché sia pienamente viva, ci chiede di operare, di porre in essere. Perché ciò che era prima della crisi non è più; ma ciò che era prima, ci ha condotti inoltre alla sofferenza e alla necessità di un cambiamento. Abbiamo definito questo doppio movimento “sbarramento e discrimine”.


Discriminare, termine che dal latino deriva da “dis-cernere” (scegliere separando), richiama profondamente alla capacità di giudizio, di comprensione del mondo intorno a noi e di quello interno, quello profondo, interiore che, nel viaggio della pensabilità, stiamo esplorando e arricchendo di senso, di consapevolezza, appunto. Poiché posso scegliere “separando” nella misura in cui ho consapevolezza di ciò che accade dentro e fuori di me, di ciò che implica quella scelta per la mia vita, cosa lascio andare nella separazione che essa inevitabilmente determina.


Freud, il padre della psicoanalisi e della psicologia moderna, aveva definito questo processo di crescita interiore come soggettivazione dell’apparato psichico dell’individuo, una sorta di emersione della verità del soggetto, più profonda e intima, a volte scabrosa, sconcertante, così straniera da diventare “impensabile”. La nostra mente traduce l’impensabilità in quelle comunicazioni di compromesso, come le definiva Freud, che sono i sintomi, gli atti mancati, il mondo onirico con tutte le sue straordinarie sfaccettature di significato nei sogni…


            “Wo Es war,soll Ich werden”, ossia “Dov’era l’ES deve subentrare l’Io”:  con questa famosa espressione, Freud apriva un dibattito, ancora in atto, su cosa implichi crescere psichicamente, cosa sia quello straniero interno che ci abita, che sovverte tutto ciò che ci illude di essere padroni di noi stessi. Una rivoluzione copernicana agli inizi del Novecento, con la “scoperta” dell’Inconscio e con tutto ciò che ne è derivato in termini di conoscenza profonda dello psichismo, di dibattiti, di studi, di correnti di pensiero che hanno dato il via ad un processo dialettico inarrestabile. Tra i tanti meriti attribuibili a Freud, credo che questo sia insindacabile: aver dedicato la sua vita alla conoscenza dello psichismo umano e, con i suoi straordinari studi e innumerevoli scritti che ha donato all’umanità, aver innescato un effetto a catena di ricerca continua del sapere, inarrestabile. A lui, al suo genio, noi tutti dobbiamo moltissimo.


Ma torniamo alla parola consapevolezza: parola composta che deriva dal latino consapere (cum e sapere, ossia “aver sapore, avere capacità di discernimento”). Avere sapore richiama alla consistenza delle cose, a ciò che dà gusto alla vita, che gli dà senso e significato (sapere intimamente, con tutto se stesso), attraverso un’operazione intima di crescita e di discernimento, ossia di scegliere separando. Avere consapevolezza, dunque, implica quel processo in cui la cognizione (di sapere di sé, di qualcosa che era celato a noi stessi dai meccanismi di difesa che ci proteggono dalla sofferenza…) diventa interna, interiore, profonda, arricchendo di coerenza la propria soggettività. Avere consapevolezza di sé, di ciò che siamo e pensiamo di essere, di ciò che diventiamo nel tempo, nella vita, attraverso la nostra storia, le esperienze dolorose e non, le conoscenze, gli incontri, è l’esito di un processo e, contemporaneamente, la base di partenza di una nuova e continua ridefinizione di sé, cioè della crescita dell’autenticità nel modo in cui ci relazioniamo con noi stessi e con il mondo.


Avere consapevolezza, ossia crescere emotivamente nella profondità interiore, a volte è prendere atto di ciò che ci addolora, di ciò che non abbiamo voluto vedere, vivere, incontrare di noi stessi per paura di soffrire. Quando questo accade in noi, allora crescere nella consapevolezza richiede sempre un attraversamento. Uno stare nel vuoto di un tempo transizionale in cui la verità soggettiva e relazionale della nostra esistenza lentamente prende forma, si compie: avviene cioè ogni volta che guardiamo con il cuore, diceva il Piccolo Principe, ogni volta che permettiamo a quello spazio vuoto del “non sapere ancora” di aprirsi alla verità, di ciò che siamo e viviamo nel profondo.


Gli attraversamenti non sempre sono facili. Spesso richiedono grande coraggio nell’affrontare la verità, per paura di un crollo emotivo nell’incontro con quella verità che mai avremmo voluto vedere, in uno svelamento che disorienta e che rimette in discussione scelte, esistenze, narrazioni della propria storia, una sorta appunto di rivoluzione copernicana dell’essere. A volte questo attraversamento può divenire impossibile: il dolore della verità è talmente profondo e lacerante da annichilire l’essere, schiacciarlo in un vortice mortifero che spinge a “tornare indietro”, a non voler sapere di sé, dell’altro, di ciò che è inconcepibile. È la scelta di restare in un passato che non passa mai, di vivere in superficie, di sopravvivere, di mortificare la propria interiorità. È restare dentro Matrix[2]pillola blu o pillola rossa?


La spinta alla verità che ci abita non riguarda però solo l’IO, almeno per quello che in questo secolo di dibattiti è derivato dal pensiero di Freud. La spinta alla verità e dunque ad attivare questo processo straordinario della crescita emotiva nella consapevolezza, va al di là di ciò che possiamo oggi definire IO: implica andare in profondità, cercare il senso della propria esistenza, elevare la propria interiorità. Un lavoro emotivo profondo e continuo, dove maschere, ombre, ipocrisia, menzogne, omertà… scivolano via e, nella luce, si compie la metamorfosi della verità, della vita viva, del desiderio che dà senso alla propria esistenza. E come ci ha detto il padre della psicoanalisi, “E’ un’opera di civiltà” (Freud, op. cit).


[1] Freud S. OPERE, 1930/1938, Vol. XI, Lezione 31, p. 190, BOLLATI BORINGHIERI

[2] Matrix (1999), film di fantascienza, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Warner Bros



Etimologica-Mente: Consapevolezza

A cura di: Raffaella D’Eramo

 

 

La consapevolezza è lo stato di chi è consapevole, cioè “informato, che si rende conto, chi è cosciente”. Composto di cum e sapere, dal latino volgare sapēre (lat. classico sapĕre) “aver sapore, avere capacità di discernimento”, riconducibile alla radice indoeuropea *sap-.

 La consapevolezza è sapere con, avere percezione, il sapore di ciò che è dentro, insieme con (cum) ogni parte di noi stessi, corpo e anima. E’ qualcosa che va al di là della conoscenza, è quel sentire profondo che ci permette di essere presenti a noi stessi, di riconoscere i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre azioni, comprendere gli aspetti che ci identificano; il vivere “qui e ora”, concentrati su quanto accade, anche intorno a noi, e vedere con occhi diversi la realtà che ci circonda. E’ lo sguardo interiore che dice chi siamo davvero; la luce che illumina il nostro mondo intimo e che ci consente di riconoscere e accettare il bene e il male che abitano dentro e fuori di noi. Questo sapere indica la direzione precisa che vogliamo seguire nella nostra vita, è ciò che dà forma alla nostra morale e che determina le nostre scelte.


Psico-educazione. Consapevolezza

 

A cura di: Dott.ssa Lucia Colalancia

 

“Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi”

Giovanni 8,32

 

Abbiamo visto che la consapevolezza è frutto di un processo che ci accompagna tutta la vita nella continua ridefinizione di sé, nella crescita dell’autenticità nel modo in cui ci relazioniamo con noi stessi e con il mondo che ci circonda. Work in progress della nostra vita interiore, la consapevolezza richiede una particolare attenzione nel compito educativo che promuove la pensabilità, perché ne rappresenta il pilastro fondante: non possiamo crescere emotivamente nella capacità di pensare la vita e, dunque, di “divenire soggetto” se non abbiamo consapevolezza di noi, del nostro mondo relazionale ed affettivo.

Da genitori ed educatori, da psicologi e psicoterapeuti sappiamo bene che questo importantissimo lavoro emotivo è in corso, e dunque richiede un continuo adattamento alla capacità crescente del bambino/paziente di comprendere e interiorizzare. Un’attenzione costante che necessita di aver iniziato a lavorare questa capacità nel tempo della crescita, umana e professionale, attraverso l’incontro con la propria soggettività, con la propria verità interiore. Altrimenti nel viaggio della pensabilità dei nostri figli o dei pazienti, rischiamo di smarrirci, di non essere “sale” che dà sapore e senso, né “luce” nel buio di esistenze in fieri o smarrite, di rischiare di brancolare e di arrancare nel mare in tempesta della vita.


Educare alla consapevolezza, dunque, richiede un costante e continuo incontro con la nostra autenticità, con i valori che incarniamo, con la responsabilità che deriva dalle nostre azioni e dal pensare, in ogni ambito della nostra esistenza. È nell’incontro con la soggettività nascente dei nostri figli, fin dagli albori della loro venuta al mondo, in questo costante lavoro di conoscenza interiore, i cui frutti matureranno nel tempo, che si gioca la partita della crescita emotiva! In quell’incontro, tra la nostra soggettività e la soggettività nascente del figlio, si definisce la possibilità stessa che l’autenticità possa esistere, compatibilmente con la capacità crescente del bambino di “pensare e sognare” la vita. In ogni ambito di questo importantissimo incontro, in ogni momento della relazione genitori-figli nel tempo della crescita, l’autenticità passa attraverso il modo di parlare, il modo di comportarci, la lettura che diamo agli eventi che accadono, il modo di esprimere e gestire il mondo emotivo, di guardare negli occhi e di “toccare” le corde del cuore, di affrontare i problemi… cioè da “come” e “se” siamo disposti ad esserci nella relazione con l’altro.


Perché tutto ciò che non è “pensabile”, non è “dicibile” e ciò che non può essere detto, non viene elaborato e, dunque, non rappresenta un nutrimento emotivo per crescere. Ma diviene parte di qualche cassetto recondito della nostra mente (rimozione), oppure un tabù di cui tutti sanno, ma nessuno parla, un nascondimento dietro maschere di un Falso sé che spegne la vitalità e non consente quel meraviglioso processo di divenire soggetto. Quando ciò accade, quando il figlio si ritrova a fare i conti con fantasmi di generazioni passate, con relazioni poco autentiche e mortifere, il processo della consapevolezza diviene tortuoso e complesso, perché implica il riuscire, o meno, da soli a dare senso alla propria vita e alla soggettività che non ha potuto esprimersi. Ciò diviene possibile spesso da adulti, quando la vita ci impone di guardarci dentro, in profondità, in percorsi psicoterapeutici in cui provare a ricostruire storia e vissuti emotivi, senso e cura delle proprie ferite interiori.


Quali sono allora gli elementi educativi che promuovono consapevolezza nei figli, nel tempo della crescita? Il primo elemento educativo è la testimonianza, ossia essere adulti capaci di mostrare ai figli cosa significa essere “vivi”, capitani della propria vita. In ogni esperienza, nella quotidianità esserci, significa mostrare ai propri figli chi siamo e cosa pensiamo veramente, assumendoci la responsabilità di ciò che diciamo e pensiamo. Essere testimoni della vita viva, implica aver incontrato il proprio desiderio, aver oltrepassato la porta piccola della profondità interiore ed aver avviato il percorso di soggettivazione.


 Da ciò deriva il secondo elemento educativo che è la coerenza: si può essere testimoni nella misura in cui ciò che diciamo poi facciamo, nel qui ed ora della relazione con i nostri figli, ovvero che mettiamo “sale” e “luce” nell’incontro intimo con la soggettività nascente dei nostri figli. La coerenza educativa nella testimonianza richiede che siamo pienamente autentici (terzo elemento educativo) nella relazione, nell’esprimere le nostre emozioni, nell’affrontare le difficoltà della vita, nel mostrare “come” attraversare e stare in quelle difficoltà, anche se ci trema la terra sotto i piedi, ci mancano le parole o abbiamo paura di sbagliare. Anche in questi momenti è autentico non temere di mostrare che quella fragilità ci chiede “lavoro emotivo” e che ad esso non ci sottraiamo, anzi ci mettiamo in gioco, chiedendo aiuto dove serve e senza timore di mostrare di non sapere. Non siamo perfetti, né onnipotenti, ma esseri umani perfettibili e capaci di cambiamento.


Il quarto elemento educativo, nella testimonianza autentica e coerente, è la capacità di mettersi in discussione: ossia essere adulti che sanno chiedere scusa, riconoscere i propri limiti, riflettere e cercare soluzioni nuove, capaci cioè di interrogarsi e di cambiare, laddove ciò sia necessario per una relaziona vera, con se stessi e con chi amiamo. Testimonianza, coerenza, autenticità e capacità di mettersi in discussione sono gli ingredienti fondamentali di una relazione genitoriale che promuove la crescita e la pensabilità dei figli.


 A cosa condurrà? Parafrasando psicologicamente versetti biblici straordinari, a conoscere la verità (soggettiva del proprio sé autentico) della propria vita, della propria storia e divenire, di conseguenza, liberi di essere ed esistere.


Una grande, grandissima sfida questa che riguarda ogni essere umano e che, se sperimentata, darà ai figli l’opportunità straordinaria di essere se stessi, fino in fondo.

 

             

 

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