Diverso da chi?- A cura della dott.ssa Marianna Sacco
- Parole in famiglia

- 15 dic 2022
- Tempo di lettura: 3 min

Non conosco nessuno che è totalmente autistico o puramente neurotipico. Anche Dio ha avuto alcuni momenti autistici, motivo per cui i pianeti ruotano.
Jerry Newport
La Pixar spesso ci regala piccole perle, da guardare, anzi “osservare”, con attenzione e curiosità. Ultimamente mi sono imbattuta nel corto “Loop”, storia della nascita di un’amicizia fra un ragazzo ed una ragazza, nata per caso e grazie all’empatia. Ah, dimenticavo, uno dei due protagonisti è anche affetto da Autismo.
L’autismo è una patologia del neurosviluppo, biologicamente determinata, caratterizzata da difficoltà dell’interazione sociale, della comunicazione e del comportamento.
Esistono differenti sfaccettature della patologia, negli ultimi anni si parla infatti di “Disturbo dello Spettro Autistico”, proprio ad indicare le sue diverse manifestazioni.
Senza entrare specificatamente nel dettaglio, una persona affetta da autismo è spesso ritenuta “diversa”. Molti genitori, di fronte alla diagnosi, e direi giustamente, si spaventano, come se avessero a che fare con un “male” ingestibile, “incurabile”.
Ma non è così, ne possiamo “avere cura”.
Per far capire però il senso di diversità insito in questa diagnosi, vi racconto una mia esperienza personale, avuta nei primissimi anni di tirocinio universitario, dove il mondo dell’autismo era per me sconosciuto e ancora spaventoso.
Prestavo servizio in una cooperativa socio-educativa, ero lì da poche settimane, mi occupavo principalmente di osservazioni dirette dei minori e di assistenza allo studio. Non avevo alcun tipo di esperienza, tantomeno con l’autismo ma proprio lì ho conosciuto Marco (nome di fantasia) e ne sono grata.
Marco aveva circa 13 anni, era taciturno, non svolgeva molte attività, soprattutto con gli altri bambini, passava molto tempo a comporre puzzles e, soprattutto se agitato, ripeteva sempre la stessa parola “vaffa…”. Aveva una diagnosi di Autismo ad Alto funzionamento (quindi con un buon funzionamento intellettivo), di tipo verbale. Di conseguenza sapeva parlare, ma non lo faceva, se non sporadicamente e solo con il suo educatore. Altra sua peculiarità, spesso correva intorno alla stanza (soprattutto se da solo), simulando il galoppo di un cavallo.
Personalmente a volte mi spaventava, era brusco ed aveva reazioni aggressive se turbato. Inoltre non lo potevo interrompere nelle sue attività, non lo potevo salutare (mi mandava amabilmente all’altro paese), non potevo fare domande. Potevo solo stare nella stessa stanza, senza essere invadente e senza aspettarmi nulla.
Un giorno però mi è venuto in mente di fare qualcosa, di avvicinarmi in qualche modo; volevo entrare in contatto con lui (quanto era frustrante non riuscire a parlargli?).
Le ho provate tutte: ho iniziato a fare puzzles nella stessa stanza, a salutarlo solo con la mano senza proferire parola, a parlottare con l’educatore in sua presenza. Nessuna reazione. Questa situazione mi faceva sentire impotente.
Un giorno però (erano ormai passati alcuni mesi) ho avuto l’illuminazione: mi metto a galoppare. Ho aspettato che arrivasse in cooperativa, che facesse il suo puzzle e che iniziasse a galoppare come suo solito. Dopo un paio di giri mi sono fatta coraggio e mi sono unita a lui.
Come mi ha vista si è bloccato ed ha cominciato a fissarmi. Finalmente vedevo i suoi occhi, ma non erano poi così amichevoli. In realtà facevo proprio fatica a decifrarli. Poi, con una serietà impeccabile, senza alcuna mimica facciale, mi ha detto “tu non puoi galoppare. Tu sei diversa. Tu non sei come me!”, ed ha ripreso la sua corsa, facendomi capire con la mano che mi sarei dovuta allontanare.
Mi ha disarmata. Mi ha spiazzata. Mi ha fatto finalmente ragionare. Mi ha permesso di osservarlo davvero. Ai suoi occhi, giustamente, “Io” ero diversa, “Io” avevo il bisogno di comunicare e di interagire. Non lui. Avevo completamente dimenticato il mio obiettivo: osservare Lui, cercare di comprendere la Sua prospettiva, il Suo punto di vista.
Dovevo guardare la realtà con i miei occhi, ma mettendomi nei suoi panni. Dovevo essere Empatica.
Ed allora mi chiedo e vi chiedo, Chi è davvero Diverso? e Diverso da Chi? Rispetto a quali criteri?
Potremmo iniziare a pensare di essere semplicemente Unici? Di essere in un mondo dove ognuno ha la sua Unicità?






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